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Laurea triennale non è di "serie B"
Stipendi uguali a quelli degli "specializzati"
La laurea triennale non ha nulla da invidiare a quella specialistica in termini di occupazione. A dirlo è l’Istat, che ha “fotografato” la situazione dei neodottori nel 2007: chi ha deciso di proseguire con la specializzazione ha le stesse possibilità di trovare un lavoro di chi si è fermato due anni prima. E anche lo stipendio medio non presenta sostanziali differenze.
I numeri parlano infatti di una percentuale di occupazione, a tre anni dal titolo, del 73,2%, sia per chi ha scelto un percorso di studi “breve”, sia per chi ha optato anche per il “+2”. Per quanto riguarda la busta paga, una differenza c’è, ma è minima e pressoché irrilevante: i “triennali” guadagnano mediamente 1.293 euro al mese, gli “specialisti” 1.310.
«Ciò non mi sorprende - spiega Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea - perché da sempre noi sosteniamo che chi denigra la laurea triennale sbaglia. Anche l’Istat conferma che il mondo del lavoro la apprezza al pari di quella più “lunga”. Certo, negli ultimi anni, come rilevato da una nostra indagine, la percentuale di occupazione si è abbassata. Ma senza differenze per tipo di laurea».
Quindi che senso ha continuare dopo il primo traguardo? «In effetti - continua - credo che l’ideale sia entrare subito nel mondo del lavoro per fare esperienza e poi, eventualmente, specializzarsi in seguito. Purtroppo noi docenti, invece, inculchiamo nelle teste degli studenti che la triennale è una laurea di “serie B”. Ma bisogna cambiare mentalità».
Fonte Metro del 18 giugno 2009 p. 3 (MARCO BRESOLIN)

Dopo la laurea
Cosa vuoi fare da grande? Alla risposta «il medico o l’ingegnere», generazioni di mamme e di papà hanno gonfiato il petto e carezzato le teste dei loro figli. Ora, forse, la prima opzione farebbe agrottare più di qualche sopracciglio. In piena recessione globale, la laurea in ingegneria è quella che paga di più in termini di occupazione, mentre a faticare sono soprattutto i giovani dottori. La mappatura dell’occupazione giovanile in Italia porta la firma dell’Istat, che nel 2007 ha condotto un’indagine su 260.070 laureati, di cui 167.886 in corsi lunghi e 92.184 triennali.
A tre anni dalla tesi, ha un lavoro il 73,2% dei laureati (74% nel 2004), sia che abbia frequentato corsi lunghi sia per i corsi triennali. A sorridere più degli altri sono gli ingegneri: l’81,3% ha un lavoro. Molto meno bene va a chi si laurea in medicina (24%) e ai dottori in giurisprudenza (38,1%), educazione fisica (45,8%), geo-biologia (46,7%) e lettere (48,6%). Variegato l’universo occupazionale anche tra gli ingegneri. Trova subito lavoro l’88,9% dei meccanici e l’88,1% degli specializzati in telecomunicazioni. Bene anche i chimici (84,9%). Un presente tranquillo attende i laureati in farmacia (82,5%), in economia aziendale (76,3%), e odontoiatria (75,4%).
Inscalfibili le differenze di genere e latitudine. Fra chi ha un lavoro continuativo dopo la laurea, il 60,3% è uomo, il 53,3% è donna; il 66,3% vive al Nord, contro il 43,4% del mezzogiorno e del 53,6% del centro. E le migliori performance si registrano negli atenei del Settentrione.
A tre anni dalla laurea, dice ancora l’Istat, la gran parte di quanti svolgono un lavoro iniziato dopo il titolo è occupato in un’attività continuativa: il 91,1% dei laureati nei corsi lunghi e il 92% dei triennali. Per chi ha un contratto a termine, le percentuali sono 37,1% e 44,8%. E il part-time riguarda un occupato su 7, senza distini di laurea.
Foonte Leggo del 18 giugno 2009 p. 2 di Marco Pasciutti
I laureati in Scienze Politiche piacciono alle grandi aziende
Non solo diplomatici. Molti laureati in Scienze Politiche partono con questo sogno nel cassetto, ma poi finiscono per non aprirlo mai. Alcuni approdano nelle istituzioni internazionali: la Commissione Europea è uno degli sbocchi più ambiti, seguita dalle varie agenzie delle Nazioni Unite o da altri organismi di cooperazione internazionale. Alcuni approdano nel sociale, magari con un mastrer Asvi, l'agenzia per lo sviluppo del no profit. Un altro sbocco tipico è il bacino della pubblica amministrazione. Ma c'è spazio per loro anche nell'industria o nel settore creditizio. Deutsche Bank, Santander e Credem, ad esempio, pescano alla ricerca di laureati in Scienza Politiche nella banca dati ai Almalaurea, il consorzio bolognese che raccoglie 1.200.000 curricola. Non mancano le compagnie assicurative, come Alleanza Assicurazioni e Ina. E ci sono anche grandi multinazionali come Coca-Cola.
I giovani usciti da Scienze Politiche sono destinati a occuparsi di risorse umane oppure a presidiare le relazioni istituzionali, più rararemnte le pubbliche relazioni o il commerciale.
"in complesso, i laureati in Scienze Politiche approdano molto spesso a un lavoro che ha poco a che fare con le competenze apprese durante il corso di studi" spiega Andrea Cammelli di Almalaurea.
Solo il 32% di loro, infatti, considera la propria laurea efficace in relazione al lavoro che svolgono, contro una media generale di 65%. D'altro canto, chi esce da Scienze Politiche, trova lavoro più facilmete di altri: all'89% entro cinque anni, contro una media dell'85% con una retribuzione dnetta di 1.350 euro. Il loro vasto spettro di conoscenza - speigano i responsabili delle risorse umane - rende i giovani che escono da quel corso di studi più articolati e flessibili, aperti alla formazione interna delle aziende dove approdano.
Fonte Corriere della Sera - 12 giugno 2009 p. 44 - di Elena Comelli
La Laurea? Ancora Conviene
Non è solo un pezzo di carta, ma un titolo che nel 73,2% dei casai garantisce un lavoro. Lo rileva l'Istat in una sua recente indagine sulle immatricolazioni in università.
Stabile il numero delle matricole in calo negli anni precedenti; sono più donna (56%) che uomini (44%).
I dati sottolineano come il tasso di disoccupazione post-laurea sia inferiore alla disoccupazione post diploma (del 12,9% rispetto al 18,8%), smorzando così le polemiche che da tempo accompagnano la presunta rigidità del mondo del lavoro.
Rimane però un dato di fatto che i laureati nel nostro paese siano inferiori alle media europea, secondo quando rilevato da Eurostat.
Fonte Metro del 25 maggio 2009 (R.S.)
Cultura, patto Triennale-Iulm . Nasce la laurea in arti, patrimoni, mercati
Accordo. «Studenti parte dell’istituzione: voce alla metropoli del fare»
«Il museo diventa università». Puglisi e Rampello: rivoluzione e opportunità. Bondi: da qui parte la riforma
MILANO - Un seminario tra gli «oggetti sonori» di Fabio Novembre. Una lectio magistralistra i disegni di Alessandro Mendini. Un esame sotto i progetti avveniristici di Frank Gehry. La Triennale si trasforma in università. In collaborazione (anzi, in consorzio) con lo Iulm, organizzerà un nuovo corso di laurea magistrale in Arti, patrimoni e mercati. I cinquanta studenti (specializzandi) che potranno iscriversi a partire dal 2009-2010 passeranno il primo anno allo Iulm e il secondo interamente in Triennale per toccare con mano come si organizza una mostra, come si può allestire, come fare la comunicazione, come reperire i fondi necessari. Un vecchio pallino di Rampello che lo ha esplicitato chiaramente nel suo Manifesto della cultura: mettere in rappresentazione il fare. E quale migliore rappresentazione del fare è trasformare la Triennale in un «laboratorio» dove il fare si tramanda e si attualizza?
«Una rivoluzione» la definiscono il presidente della Triennale e il rettore dello Iulm, Giovanni Puglisi. Che potrebbe allargarsi ad altre università e ad altre istituzioni culturali. È l’auspicio del ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, che ha «benedetto » il patto tra Iulm e Triennale. «È un’iniziativa spontanea di Iulm e Triennale. Noi seguiamo con molto interesse questo progetto e speriamo che possa essere preso a modello da altre istituzioni culturali e da altre università. Non solo a Milano, ma in tutta Italia». Gli scenari che si aprono sono suggestivi. Basta dare sfogo alla fantasia. L’Università degli Studi di Firenze e gli Uffizi. La Biennale con l’Università di Venezia. La ricchezza dei musei vaticani e le grandi università cattoliche. Bondi vede in quest’operazione anche un’opportunità per la riforma del ministero che «dovrebbe essere approvata dal Parlamento entro un mese» e che prevede la riqualificazione e la rivalutazione di tutto il sistema museale italiano. «C’è uno stretto rapporto — ha detto Bondi — fra la valorizzazione e la tutela dei beni culturali e artistici. Non si può fare valorizzazione senza tutela e viceversa». «E noi stiamo andando proprio in questa direzione — replica Rampello — creando i manager necessari a questa riqualificazione del sistema museale». «Non vogliamo formare solo delle vestali dell’arte — attacca Puglisi — ma un laboratorio che metta insieme arte e cultura, patrimonio e mercato, conoscenza e turismo».
Insomma, una giusta via di mezzo, tra la sacralità della cultura propugnata dai puristi e la trasformazione dell’arte in solo mercato. «Ma sarà una rivoluzione anche per noi — attacca Rampello — perché dovremmo affrontare il compito etico di trasformarci in docenti ». Tutti coloro che lavorano alla Triennale. Dal curatore al commesso della libreria. «Perché — continua Rampello — la Triennale accoglierà al completo gli studenti che diventano parte dell’istituzione stessa, partecipando fattivamente alle sue attività». Vuol dire che gli specializzandi dovranno capire anche che cosa significa gestire la caffetteria di un’istituzione come la Triennale e quindi si daranno da fare dietro al bancone con caffè e aperitivi. La specializzazione è legata al corso di storia dell’arte e come sottolineato dal rettore dello Iulm riguarderà soltanto 50 studenti. «È necessaria una selezione maggiore — conclude Puglisi —. Ci sarà un test e il numero sarà chiuso. Ma i costi d’iscrizione resteranno gli stessi».
Maurizio Giannattasio